COME NASCE IL PROGETTO

Progetto Leader Plus  “Le vie pontine e ciociare della Transumanza

                                                                                                                         

 

 

 

 

 

 

 

L’ancestrale fluire di uomini e animali fra monti e piana…

“Le Vie Pontine e Ciociare della Transumanza” è un progetto sviluppato in partenariato fra il Comune di Sonnino e l’Ente Parco Nazionale del Circeo.

L’opportunità è stata offerta dall’Iniziativa Comunitaria Leader plus attraverso le misure previste dal Gruppo di Azione Locale (GAL “Terre Pontine e Ciociare”) di cui i due enti fanno parte.

   Il territorio di riferimento comprende l’area del Comune di Sonnino con la zona del Monumento Naturale di  Campo Soriano e quella del Parco del Circeo, con il promontorio, la zona della selva, il cordone dunare ed il mare.

L’iniziativa congiunta di connettere questi due territorio contigui nasce dalla volontà di avviare interventi di promozione comunicazione sistemici ed integrati del territorio che e valorizzino le caratteristiche unitarie e complementari dei diversi ambienti presenti: quello marino del Parco del Circeo noto soprattutto per la bellezza costiera, con quello collinare interno meno conosciuto, ma dotato di una ricchezza geomorfologia unica.

L’obiettivo di fondo è di far conoscere due aree di particolare valore naturale, ma anche storico-culturale, del basso Lazio, accomunate nell’idea promozionale qui proposta, delle vie della transumanza, che vedevano le popolazioni pastorali migrare dai monti alla piana in ragione del favore climatico.

Identificare e rivitalizzare questa connotazione del territorio, che percorrendolo ancora si assapora, è la chiave comunicativa del progetto, che ha consentito la realizzazione, con la collaborazione professionale della società Interpretive Planning Group s.a.s, di queste pagine web, di un video sul territorio, di una brochure a complemento.

 

 

 

 

 

 

LA STORIA INTERPRETATIVA

         

E giunse di nuovo il tempo dell’erba fresca a valle e delle piogge e freddo qui in montagna.

Prendemmo le nostre cose, e con le pecore, le capre e gli animali tutti  ripercorremmo gli antichi  sentieri; là verso i colli e la piana, lungo le vie della memoria di storie mitiche di Ulisse e di suo figlio Ausono, di Enea e della Maga Circe.

 

Col tempo scendemmo da Villa Santo Stefano, Terelle, Veroli, Campodimele e Vallecorsa. Sette capocoste, sette passi, ripercorrendo l’ancestrale via Volsca, attraverso Forca La Buona,  fra Monte Calvo e Monte Latiglia, per proseguire in basso verso Fontana la Savia, sotto Monte Marino, ed ancora ai piedi del Monte delle Fate: Morroni Tavolella, Serra Palombi, Cisterna Mareccia, Orano, il Seggio...

Attraverso i sentieri per scendere nell’altopiano là dove la montagna si addolcisce e i prati rigogliosi ingrassano le greggi.  La via era lunga, qualcuno venne da ancora più lontano, dai monti dell’Abruzzo, da oltre ancora, pare.

Animali e uomini, tutti alla ricerca di erba verde, legna, cacciagione, frutti e campi.

E ci trovammo lì, sui contrafforti, affacciati senza fiato ad osservare, vasta e brumosa, la piana sottostante: in fondo una striscia brillante di cielo e mare che con l’azzurro chiudeva una foresta verde cupo; laghi grigiastri, pozze e radure alte macchiavano la vergine distesa, lenti scorrevano i ruscelli…e in mezzo ai rami a volte un battere di ali ed un garrito riecheggiava tra la nebbia, gettando ombre veloci.

E immoto ad ergersi tra la foresta e il mare, come un’isola, un monte, casa di Circe, dove si narra che Ulisse vi approdò, viaggiatore come noi… ma lui su di una nave.

Per chi camminando segue la linfa vitale della terra che si dipana  di stagione in stagione e come un fiume scorre tra valli e monti per raggrumarsi in gorghi di radure, fiori e boschi abitati da selvatici animali… fiume che scava pietre e lascia pozze, enormi massi e rave, terra rossa tra le pieghe, laghi ad albergare pesci……….

per chi come noi viveva seguendone il fluire come sangue……………quella piana ci parve la terra promessa. Ma c’era la malaria e ci fermò…… promessa a quel tempo alle zanzare, ai daini ed ai cinghiali dalla pelle dura, alle grandi querce dalle possenti radici immerse nella melma.

Allora ci fermammo a pascolare i colli e più in basso, fin dove la natura permetteva.

Accendemmo fuochi e costruimmo ripari per la notte.

Ed era maggio…. con la calura dal mare, i vapori e le zanzare mefitiche dal piano, tornava il richiamo per le greggi dal verdeggiare dei monti, ed allora invertivamo il corso……… verso le case natie e  i pascoli di sempre.

E quando si avvicinava il primo freddo di settembre, dai monti di nuovo si riscendeva a valle, per poi farvi ritorno ancora a maggio, ……..così si ripeteva questo andare e venire di stagione in stagione.

Qualcuno nel tempo di questo atavico fluire scelse di rimanere lungo i luoghi della via. Portammo con noi prima i figli poi anche le mogli, costruimmo capanne di pietre e stramma, ovili, recinzioni.

Abitammo la valle, altri ancora si fermarono, chi a Casemurate in alto, chi nella macchia di Cascano verso il Borgo medievale di Sonnino, chi al Cerreto, a Camposoriano e a Capocroce, e più giù ancora fino al Frasso.

Tra le pietre e i massi enormi, al riparo del sole, scoprimmo terra umida e fertile, dissodammo e seminammo grano, al riparo del vento piantammo frutta, olivi e vite. I grandi massi guardiani della valle, e le pieghe della terra, divennero i luoghi del nostro quotidiano: strane presenze, piazze e vicoli d’erba, pozze e fontane; e su tutto a dominare, l’enorme pietra, la cattedrale: la rava dedicata a San Domenico, protettore dai morsi dei serpenti.

Coltivammo lino da filare per lenzuola, vestiti e fasce per neonati: La linfa della vita ci vestiva, avvolgeva, copriva e proteggeva. Intrecciammo ceste con rami di olivo e canne di palude: la linfa della terra a mani chiuse  conteneva.

Crebbero il lavoro, le pecore ed i figli, portammo nella valle le nostre parlate.

i canti, le preghiere i nostri mestieri e i santi.

I Terellani esperti ortolani, giardinieri e granitisti accudivano le messi.

I Vallecorsani, pratici dissodatori, pecorai e boscaioli, aprirono campi tra le rocce.

I Verolani, vaccai e contadini portarono le mucche e il latte.

I Campomelani avvezzi a lavorar la pietra costruirono muretti a secco e terrazze per gli ulivi e gli orti.

Questi eravamo, ed altri ancora, a piedi e zampe verso l’altopiano e ancora più giù verso il mare.

La piana era sempre li ad attenderci e sfidarci…..ad attrarci. Alcuni di noi ripercorrendo tenui antichi sentieri tra fanghi e giunchi, sabbie insidiose e macchia, sfidava la malaria ed a settembre proseguiva il suo cammino e ricalava verso il mare. La nella Selva, dove il suolo era più alto e asciutto, all’ombra della montagna di Circe, aprì radure e costruì capanne di legno, scorze e paglia. Visse di caccia, pesca, legna e carbone e poi di orti, cavalli e bufali allevati. Li nelle lestre con il tempo, ricostruì la vita familiare, partorì figli e li educò, allevò pecore e capre, e con il loro latte ne fece dei formaggi.

Ma la palude non era vinta e in molti a maggio tornavamo là dove la malaria dava tregua ad osservar dall’alto…………ad aspettare.

Si ritornava allora negli abitati a sud della palude sulla costa e nei villaggi arroccati sopra i monti. Ed al paese di Sonnino, si andava per il mercato a far baratto delle merci; a vendere i prodotti della terra e del lavoro di pastori: agnelli, abbacchi, formaggi e lana; ma anche dell’arti manuali di far mestoli, cesti, tessuti in lino e altro… ognuno si ingegnava.

Passò il tempo e chi continuava a muoversi e viaggiare tra monti e piana, sullo scandire della malaria, dell’erba e delle piogge,…. chi si fermava nelle valli a coltivare e costruire case in pietra.

Finchè scesero dal nord genti esperte di canali e di idrovore, chiamati ad avviare la grande bonifica integrale………molti arrivarono per prendervi parte, con il sogno della terra e del lavoro. Ed anche noi discendemmo dalle montagne: boscaioli, dissodatori e carbonai, e lentamente con grandi sacrifici di lavoro e vite, le paludi furono vinte e la piana prosciugata; gli uomini ne presero possesso e in tanti l’abitammo.

Alle capanne in mezzo alla selva presto sostituimmo case e palazzi, strade e piazze, costruimmo poderosi argini, canali e fossi per tenere le acque. Ai pantani sostituimmo i campi coltivati dai trattori.

Ma ancora siamo spinti a muoverci, come se un destino atavico ci segni. Oggi i nostri figli migrano nelle città per noi troppo affollate e rumorose. E qui sulle colline, in un silenzio antico, restano ad osservare la piana brulicante, le pietre, i bimbi e i vecchi, le capre ed i ricordi di storie, di canti, vino e fichi, che sembrano imbrigliati tre le rocce di un fiume silenzioso che lento scorre ancora.

 

 

 

 

“scendemmo da Villa Santo Stefano, Terelle, Veroli, Campodimele e Vallecorsa

 

 

 

 

IL POPOLO DEI TRANSUMANTI:

L’area montana del territorio di Sonnino e dell’altopiano di Campo Soriano sono state popolate da pastori che in particolare dall’inizio dell’800 si muovevano dalle zone interne del basso Lazio (Ciociaria) e dall’Abruzzo alla ricerca di pascoli verdeggianti e climi più favorevoli.

Inizialmente, presenze stagionali, che utilizzavano come ripari per la notte, le cavità dei massi o costruivano capanni in pietra e paglia “stramma”, alcuni dei quali ancora visibili nella zona di Casemurate, verso Monte Romano.

Successivamente con la stanzialità, agli inizi del ‘900, le abitazioni sono divenute casali in pietra ancora oggi utilizzati. Le diverse frazioni che nella zona si incontrano mantengono i toponimi dei primi nuclei familiari che le hanno abitate: Casale Iacovacci, Casale De Vallecorsani, Casale Francescone ed altri.

 

 

LE ESPERIENZE

Partendo da Camposoriano è possibile ripercorrere il tratto di sentiero dei transumanti che salivano verso Monte Romano per poi proseguire verso i rigogliosi pascoli del Monte Peschio e dalla cima scorgere da un lato i monti Aurunci, verso l’Abruzzo e la piana di Fondi, dall’altro l’intera pianura Pontina, riconoscendo immediatamente la macchia di selva ancora preservata alle pendici del Promontorio del Circeo, fino a scorgere la striscia di costa e il mare. Continuando verso il Monte Ceraso la vista si apre sul paese di Sonnino ancora raggiungibile dal sentiero.

 

 

 

 

 

 

“sui contrafforti, affacciati senza fiato ad osservare, vasta e brumosa, la piana sottostante”

 

 

LA PIANA IMPALUDATA:

 

“Fra tutti gli ecosistemi del pianeta il più ricco produttore di biomassa è, in assoluto, l'ambiente palustre”

L'uomo, l’ha sempre temuta per le difficoltà che comportava: l'umidità, gli insetti, i miasmi, le febbri ma allo stesso modo ne veniva irresistibilmente attratto per la ricchezza di animali da cacciare, per l'abbondanza di pesce, di legname, di erbe e frutti, di paglia e giunchi. Enormi erano le sue risorse, ma con rischi senza fine, primo fra tutti quello della malaria. Le paludi Pontine erano per gran parte ricoperte da una fitta selva e si estendevano da Terracina fin sotto Roma. Innumerevoli i  tentativi di bonifica sempre parziale, dai Romani, ai Papi, fino all’intervento integrale realizzato negli anni ’30.

 

LE ESPERIENZE

Dal punto panoramico sul promontorio del Circeo si vede la zona preservata dal parco, della selva mediterranea, con il sistema dei laghi costieri e del cordone dunare che intrattenendone le acque, li separa dal mare.

Una visita al centro di accoglienza del Parco del Circeo consentirà di scoprire come si presentava l’ambiente palustre precedentemente la bonifica, all’interno del bosco infatti è  visitabile “la piscina della verdesca”.

 

 

 

 

 

 

 

 

“Tra le pietre e i massi enormi, al riparo del sole, scoprimmo terra umida e fertile”

 

 

 

 

I MASSI DI CAMPOSORIANO

 

Tutta l’area di Sonnino e Camposoriano, è composta da calcari cretacei  e da terreni a morfologia carsica. Questo ha consentito la formazione di massi calcari cristallini, spesso dolomitici o marnosi che si innalzano fino a tre metri d’altezza (La Rava di S. Domenico). La morfologia carsica dei terreni, data la loro elevata permeabilità, che consente il rapido assorbimento dell’acqua piovana, ha conferito alla zona montuosa e collinare un aspetto tipico e particolare: vallette chiuse, depressioni, piccole doline, inghiottitoi (voragine catausa) ed anche calanchi come quelli di S. Nicola presso il Cerreto e nella zona di Cascano.

 

 

 

 

 

 

 

LE ESPERIENZE

Nell’area Naturale di Camposoriano riconosciuto come Monumento Naturale dalla Regione Lazio, è possibile fare escursioni  e passeggiate fra le imponenti rocce che si innalzano fino a tre metri. I sentieri all’interno offrono atmosfere uniche per l’imponenza e la particolarità delle rocce stesse. Camminando  fra i massi si riesce ad immaginare come i primi transumanti, abitandovi all’interno, utilizzando i sassi per costruire recinti e muri a secco a gradinata (macere) per le colture, si siano integrati con la natura stessa del luogo. I segni sono ancora evidenti, negli anfratti, nelle cavità e tra le rocce, le piante di olivi, fichi e vite ancora crescono rigogliosi in una terra particolarmente fertile. Ancora si può immaginare questa simbiosi fra uomini animali, terra e rocce che affascina ed emoziona. Simbolo di quest’area è la “Rava di S. Domenico”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“… La nella Selva, dove il suolo era più alto e asciutto, all’ombra della montagna di Circe, aprì radure e costruì capanne di legno, scorze e paglia…”

 

IL CIRCEO, I PANTANI E LE LESTRE

Il promontorio del Circeo, il bosco, il sistema dunare e l’ambiente dei laghi costieri mantengono in gran parte inalterate, le caratteristiche ambientali e naturali, precedenti il consistente intervento dell’uomo avvenuto nel XX secolo. In particolare il bosco, “la selva”, mostra come si presentavano le paludi Pontine precedentemente la bonifica integrale degli anni’30. Queste erano abitate da nuclei familiari di pastori e agricoltori che nelle aree di radura creavano “le lestre”: aree di terreno più o meno vaste recintate con legname di quercia oppure da fasciname di erica sorretto da pali, con al centro la capanna di corteccia e paglia e le abitavano da ottobre a maggio e con il caldo risalivano la dove la palude si fermava ed il rischio delle zanzare malariche non c’era. Oltre alle attività agricole di pastorizia, caccia e pesca, i “Paludari” svolgevano mestieri particolarissimi come Scorzatori, Mignattari, Bufalari, Carbonai, Ranocchiari e Sandalari.

 

LE ESPERIENZE

Partendo dal Centro di Accoglienza (sede del Parco del Circeo) indicato sulla cartina, è possibile seguire i sentieri all’interno del Bosco che offre tutte le atmosfere dell’antica selva e dove spesso si aprono radure così come un tempo ed è facile immaginarsi come si presentava una lestra e come in un “piccolo podere” si svolgevano tutte le attività pastorali e agricole. L’esperienza può comunque essere facilitata poiché nel centro se ne trova una ricostruzione, con la capanna, la carbonaia, il pozzo per l’acqua, il ricovero per gli animali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Ed al paese di  Sonnino, si andava per il mercato a far baratto delle merci”

 

 

IL BORGO MEDIOEVALE DI SONNINO:

 

Il primo insediamento abitativo di Sonnino posto sulla cima di un colle conico dei monti Ausoni detto S.Angelo sarebbe sorto intorno al 300 a.c. in seguito all’annessione del Lazio Meridionale a Roma .

La fondazione del paese di Sonnino tuttavia risale al periodo medioevale (IX sec. D.c.). il nucleo antico ha mantenuto l’interessante struttura dell’epoca, arroccata sulla parte esterna del colle all’interno di un perimetro murario anulare del XII sec. con il castello posto nel punto più alto del colle. Sono da vedere: la Chiesa di S. Michele Arcangelo (XIII sec.), la Torre Antonelli, il reticolo dei vicoli antichi.

 

 

 

 

 

LE ESPERIENZE

 

Da Sonnino, posizionandosi nei vari punti panoramici che offre, è facilmente leggibile, il territorio circostante, da alcuni scorci sulla piana sottostante al profilo dei monti Ausoni, con le creste ed i passi attraverso i quali i pastori scendevano. Sentieri ancora utilizzati dai pochi pastori rimasti e che passeggiando è facile incontrare con le loro greggi. Tradizionalmente pastori e agricoltori andavano a Sonnino per vendere o più spesso barattare, quello che producevano (carni, formaggi, lini, attrezzi in legno ed altro) e tutt’oggi si svolge nel mese di Agosto, la sagra della Capra (nella zona del Frasso), dove fino a pochi anni fa ancora  si praticava il baratto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cerasella

 

promessa a quel tempo alle zanzare, ai daini ed ai cinghiali dalla pelle dura, alle grandi querce dalle possenti radici immerse nella melma..”

 

LA FORESTA DI CERASELLA

La foresta del Parco Nazionale del Circeo tutela la rimanente parte della foresta planiziaria che ricopriva l’intera piana. A causa del terreno ondulato dovuto alle antiche dune quaternarie, si alternavano nella foresta zone alte asciutte, dove i pastori insediavano le Lestre, a zone basse impaludate, dove enormi querce affondavano le loro radici e vivevano una quantità di pesci ed insetti, tra cui la zanzara (anofele) portatrice della malaria. In tali foreste si aggiravano alla ricerca di cibo cinghiali, daini, gatti selvatici, volpi, istrici e molti altri animali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LE ESPERIENZE

 

Presso il centro di Cerasella nel cuore della foresta è possibile visitare l’area faunistica: un recinto con cinghiali e daini.

Proseguendo per la Piscina della Verdesca, nelle stagioni delle piogge potrete vedere gli ancestrali luoghi della palude con grandi querce che affondano le loro redici nell’acqua, giunchi e cespugli. Sedete nel silenzio della foresta e attendete che i suoni e le immagini  della palude vi giungano… rane, uccelli, fruscii, tonfi nell’acqua, immagini riflesse, foglie galleggianti… sono le atmosfere che accoglievano i temerari pastori che scesero alla conquista della piana.